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Dodicesima edizione del concorso "Vota e vinci la moto più bella del Salone".

Racconti di frontiera

2 gennaio 2017
a cura della redazione
Viaggio in Centro America in Moto Guzzi California. L’avventura di Claudio Giovenzana raccontata dal diretto protagonista: dal Messico fino al Panamà, su strade fatiscenti, le nebbie di Zunil che avvolgono la strada che costeggia la Sierra del Guatemala, dogane balzane, pericolosi “chicken bus”…
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  • 1/21 Il viaggio di Claudio Giovenzana in Centro America con una Moto Guzzi California del 1997. Claudio Giovenzana ha pubblicato 3 libri: “Transcanada”, “Esplorando la città” e “Arribada!”, tutti acquistabili sul suo sito: www.longwalk.it

    un giro del mondo che duri tutta la vita

    Di Claudio Giovenzana abbiamo già parlato qualche anno fa, quando lo intervistammo e ci facemmo raccontare la sua storia, quella di un viaggio iniziato quasi per caso ma diventato una ragione di vita. Il suo obbiettivo era ed è un giro del Mondo che duri anche tutta la vita. Non ha fretta né missioni a cronometro da compiere (cliccate qui per rileggere l’intervista), infatti se n’è stato 5 anni in Messico!
    Ma l’avventura non si è conclusa, come dimostrano l’articolo che state per leggere e le foto nella gallery.

    Equipaggiamento e numeri

    • MOTO: Moto Guzzi California  DEL '97
    • ABBIGLIAMENTO: giacca Clover Ventouring
    • CASCO: Nolan N43 e N44
    • BORSE: Givi Trekker
    • CHILOMETRI PERCORSI: 2.000
    • GIORNI IMPIEGATI: 150
    • LITRI DI BENZINA: 110 

    Racconti  di frontiera

    INCOGNITA DOGANA

    Racconti  di frontiera

    La frontiera tra Messico e Guatemala mi ha sempre portato sfortuna. Una volta è stato solo un formale rimprovero allo sportello della migrazione per colpa di una semplice irregolarità, un’altra volta è stato un più serio problema con narcos locali che mi è costato qualche rischio per la mia incolumità, la distribuzione di “contributi” economici e una gita in una precaria canoa di legno, con tanto di moto caricata sopra, sul fiume che attraversa la selva tropicale limitrofa ai due Paesi. Appena arriviamo a Tapachula mi convinco che questa volta tutto andrà per il verso “giusto”, quindi con la solita burocrazia inefficiente piena di ritualità inutili e andirivieni tra gli uffici di dogana, immigrazione, municipalità, ecc.
    Invece va storto qualcosa e il mio biglietto per entrare ufficialmente in Centro America costa un paio di litigate verbali con qualche farabutto e l’elargizione di laute mance a diversi funzionari. Eh vabbè, mentre spingo la moto dalla frontiera messicana, dove il funzionario” benefattore” chiude un occhio per un centone (non di pesos purtroppo) e mi fa passare, il casco mi cade dalla moto rigandosi e la moto non manda scintilla alle candele stantuffando i pistoni a vuoto. Dopo aver ricalibrato il sistema elettrico con una serie di pugni e una ginocchiata sulla fiancatina che protegge i relè, il bicilindrico riparte. Arrivato alla barriera del Guatemala devo chiudere con più di un centone l’occhio del polifemo della dogana guatemalteca il quale mi chiede il documento di uscita dal Messico, che mi manca, tutto questo con l’aiuto pagato di un ragazzino che si fa chiamare “el perro”, “il cane”, dallo sguardo truce che si finge simpatico, il cui compito è bisbigliare nelle orecchie giuste e veicolare le mie mance trattenendo sempre una percentuale. Dopo questo altro giro di corruzione, io e Olga, sfatti sudati e demoralizzati ci lanciamo dentro il Guatemala accarezzando la sua benevola natura, le sue pinete estese sulle curve baldanzose delle montagne che rapidamente ci portano a sfiorare i tremila metri. Siamo ufficialmente in Centro America. Il Messico che è stata la culla del mio nuovo lavoro, la terra natale della mia compagna e il luogo dove ho sperimentato e messo a punto la mia vita da nomade, è sparito dietro di noi portandosi via le convinzioni di molti sul fatto che non lo avrei mai abbandonato e che il mio viaggio per le “altre” Americhe lì avrebbe incontrato la sua dolce fine. La strada “uno” ci allontana rapidamente dalla frontiera de “El Carmen” e, dopo decine di chilometri di scodate a destra e sinistra, ci consegna alla periferia del comune di Quetzaltenango dal quale prendiamo rapidamente la deviazione per il lago Atitlan, meta obbligata di qualunque viaggio in Guatemala, qualunque sia la stagione o il mezzo per compierlo. La strada in alcuni punti diventa un’accozzaglia di blocchi di cemento lucenti e levigati dove impazzano carretti pieni di verdura tirati da uomini affaticati. 

    MALEDETTI TORPEDONI!

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    Dove riprende l’asfalto faccio la conoscenza con i miei più acerrimi nemici su gomma: i chicken bus. Sono quegli scuola bus (tanto cari al cinema statunitense) che vengono importati in Centro America dopo qualche milione di chilometri di servizio e rinfrescati con spruzzate psichedeliche di vernice che li trasformano in una sorta di allegro torpedone della fantasia, sgargiante come un arcobaleno, che trotterella felice su e giù per le montagne. I piloti sono spesso sbarbati incoscienti che corrono come disgraziati facendo gare tra di loro e qualche volta anche con me o con gli automobilisti.  Sotto quelle allegre carrozzerie muoiono di stenti i poveri diesel che per vecchiaia hanno problemi d’incontinenza e perdono i liquidi che dovrebbero alimentarli, tra l’altro è meglio avere un fucile mitragliatore puntato in faccia piuttosto che uno dei loro tubi di scappamento che dopo trenta secondi a stargli dietro devi pulirti il nero di seppia che ti hanno depositato in faccia con le loro emissioni Euro meno cinque. Sono i veicoli più pericolosi e inquinanti che abbia visto in anni di strada e una volta vengo quasi investito da uno di questi, un’esemplare piuttosto paffutello sulla decina di tonnellate, colore giallo e rosso, che mi sfiora a sessanta km all’ora a una spanna dalla spalla. Il lago Atitlan si raggiunge con due strade, una infernale e l’altra meno; prendiamo la più vicina che diparte da Quetzaltenango e, dopo decina di chilometri tra paesini cinti da brughiera avvolti da una nebbia mistica e un freddo alpino, raggiungiamo Santa Catarina Ixtahuacán, che alcuni chiamano l’Alaska del lago Atitlan: ubicata a tremila metri sul livello del mare funge da trampolino di lancio verso i gironi infernali che scendono lungo il costato della montagna fino alla conca dove riposano tranquille le acque del lago, vegliate dai tre famosi vulcani presenti in tutte le cartoline.

    MONDO MAYA

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    Arriviamo a San Mateo e smettiamo di scendere furiosamente, entriamo nel mondo Maya costeggiando file di casette affastellate su strade di pietra e cemento grezzo brulicanti di donne con i loro Huipil coloratissimi e uomini con sombreri, giacchette di tela e sandali che trasportano fascine di legna oppure che siedono a chiacchierare sugli scalini di pietra dei negozi. Qualche murales fatto dalle comunità locali anima gli intonaci cadenti dei muri con bellissimi ritratti indigeni e messaggi per ricordare la guerra civile. Altri murales purtroppo recano gli slogan religiosi con massime accusatorie di stampo medievale gentilmente vergate dalle chiese evangeliche che stanno penetrando e contaminando la cultura maya del lago. Arriviamo impolverati a San Pedro la laguna dove ci fermiamo due settimane in un ostello spartano ed economico chiamato Buenas Nuevas. La moto rimane parcheggiata e quasi dimenticata, se non per qualche gitarella, dal momento che le minuscole e intransitabili stradine in riva al lago sono gremite da turisti hippy, da maya e da una moltitudine di venditori di cose legali e meno. Nonostante lo scorrere pigro delle giornate riusciamo a fare molte cose tra cui: intervistiamo gente locale per conoscere le leggende, le memorie del luogo e le scoperte archeologiche come l’Atlantide Maya sommersa nel lago. Navighiamo a pagaiate da una sponda all’altra innumerevoli volte, passeggiamo in lungo e in largo rincuorati del fatto che la giustizia auto-organizzata dalle comunità locali dopo qualche linciaggio e un paio di roghi pubblici ha debellato la criminalità da quasi tutta l’area. In ultimo, assistiamo alle celebrazioni della settimana santa dove il mondo pre e post colombiano s’incontrano per celebrare in un modo tutto particolare la Pasqua con infiorate lunghe decine di metri e processioni in abiti tradizionali, preghiere in tzutujil e in spagnolo. Tra le genti del posto incontriamo connazionali che hanno abbandonato una vita metropolitana in Europa per costruirsene un’altra in questo reame di vulcani e foreste dove il tempo è merce preziosa. Viene voglia di rimanere ma ho altri progetti e sto imparando che il viaggio deve tenere un giusto ritmo tra l’arrivare e il partire, andare fuori tempo può rovinare l’esperienza della strada. 

    LE NEBBIE DI ZUNIL

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    Facciamo le valigie e partiamo per Zunil dopo aver proposto per e-mail uno scambio di servizi con un albergo di lusso ben al di fuori dal nostro budget: avremo vitto e alloggio in cambio di fotografie. Il percorso è circondato da montagne brumose che inghiottono con il vapore delle fonti sulfuree i contadini e le case. Nell’albergo facciamo due notti in una stanza modesta e poi in una suite con Jacuzzi in pietra, caminetto con poltrona e letto king-size tempestato di cuscini. Con questo episodio segno il mio nuovo record nella scala di comfort del viaggio, la quale, al livello minimo, mi vede appollaiato clandestinamente in cimiteri di automezzi o in tenda con climi che superano i trentacinque gradi all’ombra o i dieci sotto lo zero. Alla fine del servizio fotografico conosciamo, per provvidenza, il maestro di Yoga Rudi, che lavora part time per l’hotel. Ci invita nella sua umile casa di Quetzaltenango che condivideremo con sua zia; sono persone di rara bellezza e ci accolgono in un modo stupendo tale da giustificare da solo un viaggio di tanti anni come questo. Intanto la mia Guzzi dà forfait di nuovo nel cortile della loro casa: nonostante i soliti due cazzotti non esce nessuna scintilla dalle candele. Con Olga che ormai, oltre che copilota, è diventata anche aiuto meccanico, troviamo per prove ed errori un falso contatto sul relè che alimenta le bobine… dopo due ora d’ansia, con un solo catartico colpo di pinza, rimettiamo tutto a posto. Ripartiamo per Chichicastenango, il paesino che ospita il mercato indigeno più famoso del Centro America. La strada passa per una congestione di traffico all’altezza di Santa Maria del Quiché, dove mandrie di chicken bus, insieme a camion di altri tonnellaggi e doti inquinanti, stazionano in colonne senza fine costringendoci a manovre da marciapiede e slalom circensi sino a uscire indenni lasciando la statale "uno" per la "quindici" verso Chichicastenango. Ci fermiamo due giorni, in modo da poter assistere al giornaliero montaggio e smontaggio del mercato, vederlo alimentarsi di merci, di vita, di colori e poi vederlo svuotarsi di notte lasciando carcasse di tralicci con tendoni adagiati sopra cumuli di tavoli e sedie. Scattiamo foto con discrezione ma in abbondanza e poi ripartiamo per Momostenango dove una famiglia di amici di Rudi ci ospita e accoglie amorevolmente.
    Alcuni rumori diabolici che escono dalle parti basse della Guzzi mi costringono a smontare la trasmissione, tempestare di messaggi spaventati i miei amici meccanici in Italia in cerca di consolazioni/spiegazioni, limare alcuni profili spigolosi del giunto cardanico che metto in morsa per aggredire con la lima e un grande senso di colpa e poi rimontare tutto scoprendo che dovevo solo registrare meglio le due boccole che tengono il forcellone posteriore attaccato al telaio… 

    El Salvador

    Arriva il momento di abbandonare il Guatemala dopo aver fatto un viaggio a Antigua e due viaggi verso l’ambasciata italiana della capitale Guatemala City (le cui leggendaria pericolosità ci ha tenuto svegli una notte) per ottenere il mio nuovo passaporto. Poi tutto è pronto e la frontiera con El Salvador che raggiungiamo percorrendo la statale "otto" risulta essere un isolato avamposto nelle montagne che si chiama La Chinama. Sbrighiamo le formalità doganali senza l’intercessione di filibustieri, rispondiamo alla solita salva di domande dei poliziotti che scrutano il veicolo e filosofeggiano su pregi e difetti senza nemmeno conoscerne la marca. Si sorprendono quando invece di richiedere un permesso valido ventiquattro ore per attraversare rapidamente il Paese, faccio domanda per un permesso regolare di novanta giorni, dimostrando un interesse per il loro microscopico Stato che non si aspettavano. Tra le montagne l’aria pura e sottile insieme all’atmosfera tranquilla leniscono le pene di un'attesa che supera l’ora, poi arrivano i documenti che esibisco per l’ultimo controllo all’agente migratorio: una ragazza che potrebbe fare la modella ma invece indossa una divisa e rappresenta un potere che la rende dannatamente attraente e minacciosa allo stesso tempo. Arriviamo con il primo buio a Santa Ana, omonima (e opposta nei prezzi e fattezze) alla città Costarichense che troveremo più avanti, intanto prendiamo una stanza oscena in un motel il cui nome ho puntualmente già dimenticato. L’unico infelice ricordo è il coprifuoco delle otto di sera: la gente si barrica nelle case per paura d’incontrare qualche membro della “mara salvatrucha”: una delle più spietate bande di criminali latino americana. 

    LA STRADA DEI FIORI

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    La mattina percorriamo “La Rutas de las Flores” (così chiamata perché stagionalmente offre spettacolari esplosiani floreali), un itinerario turistico che attraversa piccoli paesi di campagna i cui pavimenti sono di ciottolato e la Guzzi ci balla sopra la samba con poca eleganza. A Sonsonate prendiamo un acquazzone che ci fa scappare sotto il tendone di un negozio, da lì guardiamo la pioggia battente che semina il panico nella piazza creando un fuggi fuggi generale. È tanto forte che scioglie via gli ultimi diecimila chilometri di polveri sottili e moschini incollati alla moto, che muta di pelle come un serpente e torna a essere blu puffo. Appena smette di piovere, ci dirigiamo a Suchitoto dove staremo una settimana intera, questo piccolo paesino ha una personalità interessante, è rifugio di qualche artista, meta di discreti viaggiatori e habitat di salvadoregni cordiali. Ha tante piccole stradine che dipartono dalla piazza centrale, alcune si perdono nelle fronde degli alberi diventando sentieri di montagna e altre conducono al fiume Rio Lempa. Il caldo soffoca ma di prima mattina e nelle tarde ore pomeridiane il clima è perfetto per passeggiate esplorative attraverso il suo centro coloniale. Conosciamo e intervistiamo Doña Maria che ci racconta della guerra civile e di come questa gli abbia tolto sei fratelli. Passiamo vicino a San Sebastian per comprare un paio di amache da mandare in Italia e conosciamo un maestro tessitore che ci mostra come le produce con un antico telaio di legno e poi, dopo aver assodato il nostro interesse per la storia del suo paese, ci confessa di aver vissuto anch’esso gli orrori della guerra ma dalla parte dei militari, oggi vive nella povertà e scrive poesie. Me ne manderà una per e-mail con l’aiuto di un’amica.
     
     
    Ogni tanto ho l’impressione che in America Latina tanto più un Paese è pericoloso, sfinito dalla guerra e dalla corruzione, tanto più le sue genti sono accoglienti e dolci, capaci di guadagnarsi la vita con la sola forze del carattere, dell’iniziativa e delle relazioni sociali. La strada "uno" continua verso la frontiera con l’Honduras, la Guzzi è pimpante più che mai, non perde un colpo ma ancora non conosce la stagione delle piogge che sta venendogli incontro o le formiche che cercheranno ad ogni pernottamento di “abitarlo”, o i quasi quaranta gradi che gli faranno friggere le teste o ancora le tante varietà di sabbioline e ghiaiette sulle quali dovrà scivolare nei “fuori pista”. Alla frontiera con l’Honduras incontriamo ancora un esempio di burocrazia di infimo livello: i doganieri sono tutti in pausa pranzo nello stesso momento, questo fa ridere e (quando la pausa inizia a diventare sospetta e lunga) arrabbiare. Intanto conosciamo altri due viaggiatori, chiacchieriamo per ammazzare il tempo ma, dopo un’ora, ne abbiamo tutti le scatole piene. Indagando veniamo a scoprire che c’è la finale della Champion League dove il Barcellona silura la Juventus mentre noi come idioti stiamo sotto il sole ad aspettare che qualche scansafatiche in divisa decida di staccarsi dal televisore e tornare sul posto di lavoro. Inutile. Alla fine, dopo un paio d’ore, l’acquisto di un estintore e di due triangoli d’emergenza, l’esborso di venticinque dollari per i documenti, entriamo finalmente in Honduras… per lasciarlo dopo solo tre ore e duecento chilometri, alla frontiera con il Nicaragua. Da qui il nostro cordiale odio per il governo Honduregno.

    POLIZIA ALLE CALCAGNA

    Racconti  di frontiera

    Il Nicaragua è più efficiente, hanno scoperto l’invenzione della macchina fotocopiatrice e non ti mandano a fare inutili copie dei timbri o dei documenti tra una pratica e l’altra durante la trafila migratoria e doganale. Arriviamo a Esteli, in un ostello all’incrocio tra due strade in discesa. Con le piogge torrenziali pomeridiane veniamo circondati da un ristagno di acque tipo castello medievale, siamo bloccati e vediamo ragazzini letteralmente “nuotare” per le strade. La Guzzi che per fortuna è parcheggiata in un giardino sopra il livello della strada, viene colpita dal diluvio ma il livello d’acqua raggiunge “solo” la metà delle ruote. La città è moderna, poca “anima” latina e fin troppa discrezione, almeno non dobbiamo guardarci le spalle a ogni rumore sospetto. Da Esteli andiamo a Leon passando per la Sierra con un set di curve piuttosto divertenti, non fosse che con le borse laterali della GIVI, i cui supporti sono stati adattati da me con una chirurgia a base di flessibile e saldatore, non posso fare nessun tipo di piega senza strusciare gli angoli delle valigie. Nella città di Leon, visitiamo il museo della rivoluzione sandinista e conosciamo chi da ragazzo ha combattuto i contras. Durante le poche settimane spese in Nicaragua veniamo fermati cinque volta dalla polizia, due per multarmi e tre per controlli. Me la cavo esibendo scuse plateali (l’infrazione era per aver superato, stando nella stessa corsia, un motorino che si è scansato per farmi passare) e credenziali da giornalista. Lungo la statale "dodici", dopo settanta chilometri, incontriamo la capitale Managua e ci rifugiamo a casa di un italiano che vive in una villa nella periferia sud, proprio dove la città si perde nella foresta e diventa un polmone verde con vegetazione tropicale e alberi pieni di manghi che cadono spappolandosi al suolo e fermentando. 

    LA "BOCA DEL INFIERNO"

    Raggiungiamo in moto il parco naturale Masaya, ubicato a pochi chilometri dalla città e collegato a essa con una strada che attraversa paesaggi quasi lunari pieni di arbusti bassi e rocce laviche. Parcheggiamo e camminiamo per l’area scoprendo che ci sono due vulcani e cinque crateri, il più grande è attivo, ha una caldaia di più di centro metri di diametro e seicento di profondità dal quale sgorgano i vapori di zolfo da cui il nome di “Boca del infierno”. Da Managua entriamo in Costa Rica, un Paese che non ho apprezzato: costoso ai limiti del ridicolo o dell’offesa e con una natura bellissima ma non più di altri Paesi incontrati durante gli ottantacinque mila chilometri di viaggio. Ho stretto amicizia solo con Paolo, primo guzzista che incontro in America Latina, almeno negli ultimi sette anni, che mi ha tenuto la moto nella sua casa in Santa Ana mentre per due mesi e mezzo sono stato in Italia per ricongiungermi alle mie radici. Dopo la pausa italiana siamo ritornati e abbiamo avuto pochi giorni per lasciare il Paese prima che il permesso della moto scadesse allo scoccare del terzo mese.

    INCONTRI PANAMEÑI

    Racconti  di frontiera

    La frontiera via terra s’incontra passando Limon e raggiungendo Sixaola dove, arrivati al confine territoriale, si può ancora vedere come il peggio dei Paesi si concentri immancabilmente nelle loro frontiere di terra. A causa di un panameño che non è sul posto di lavoro non riusciamo a prendere l’assicurazione obbligatoria per la moto bloccando tutto il processo d’importazione temporanea del veicolo. Nessuno, né dell’immigrazione né della dogana, si mostra comprensivo, mi chiudono pure uno sportello in faccia. Che facciamo? Passare la notte lì significa venire assaltati e derubati quasi di sicuro, ce lo dicono apertamente. Non possiamo rientrare in Costa Rica perché ne siamo ufficialmente usciti. Con una catena telefonica riusciamo per miracolo a fare tornare al posto di lavoro il doganiere panameño e dopo problemi di connessione internet per ottenere il numero di polizza (30 minuti), poi di cartuccia d’inchiostro della stampante (10 minuti) e poi di cavo USB difettoso (15 minuti) ci dà l’agognata assicurazione dieci minuti prima che chiudano gli altri uffici. L’impiegata della dogana non ha voglia di decifrare il libretto della mia moto per redigere il documento quindi mi fa sedere al suo computer per farlo da solo. Dopo un mese scopriremo che il signor Manuel Isaias Montenegro ci ha truffati con una polizza falsa, la compagnia “vera” di assicurazione, FEDPA, si scusa teatralmente ma rifiuta vergognosamente di rimborsarci. Il risarcimento arriva solo dal panorama mozzafiato e delle strade meravigliose nella selva ubicata tra la costa caraibica e la catena di montagne centrale dove troneggia il Vulcano Barú, la nostra prossima meta. Ci fermiamo a Rincón Largo, un villaggio lungo la strada che porta alla famosa città turistica di Boquete, alle falde del vulcano. Dopo due notti in ostello conosco il giardiniere che ci offre ospitalità a casa della sua grande famiglia in cambio di un aiuto in qualità di fotografo per documentare gli abusi che compagnie private in combutta con il governo stanno perpetrando ai danni delle foreste della zona di Chiriquí, dove è nato e cresciuto e dove oggi quasi settanta centrali idroelettriche deviano, bloccano o intubano i fiumi che dovrebbero essere proprietà pubblica. Così conosciamo per caso o forse per destino alcune tra le persone più belle tra le tante di questi anni di strada, vivremo con loro per oltre un mese, in mezzo al bosco, dormendo nella tenda montata sotto la tettoia enorme della loro casa circondata da tre ettari di palme, bambù, alberi di limone, cannella, papaya e tamarindo. Diventeranno per noi una famiglia e ci aiuteranno a penetrare il cuore dell’ultimo Paese del Centro America.

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