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Dodicesima edizione del concorso "Vota e vinci la moto più bella del Salone".

L’ultimo paradiso nomade

16 gennaio 2017
di Tommaso Pini
Viaggio in moto in Asia. La Mongolia è una delle mete che abitano i sogni di ogni motociclista. Quello sulle tracce di Marco Polo rimane però un viaggio per pochi: per raggiungerla ci vogliono tempo e risorse. Una soluzione può essere la formula Fly & Ride: aereo + moto a noleggio. Racconto e foto della nostra esperienza
L’ultimo paradiso nomade

il più grande impero di tutti i tempi

L’ultimo paradiso nomade

In un mondo sdoganato dal turismo dove l’esplorazione ha ridotto la sua portata, la Mongolia si posiziona in una cerchia ristretta di terre remote, ancora capaci di regalare esperienze autentiche. Oggi per un viaggio via terra sulle tracce di Marco Polo basta avere una buona moto e, soprattutto, tempo e denaro da spendere. Se invece avete solo 2 o 3 settimane a disposizione, dovete accontentarvi di un trasferimento in aereo e una moto a noleggio, ma il risultato sarà comunque esaltante. Per comprendere i forti contrasti di un Paese come la Mongolia, oggi in piena rinascita economica e culturale, se ne devono conoscere le origini. In estrema sintesi: sotto la guida di Gengis Khan e dei suoi successori (XIII sec), il popolo mongolo ha regalato ai libri di storia il più grande impero di tutti i tempi, conquistando gran parte dell’Asia Centrale fino a raggiungere le porte dell’Europa. Tra il 1924 e il 1990 il regime comunista di stampo staliniano applicò numerose purghe, politiche e religiose, che rischiarono di cancellare l’identità della Mongolia. Basti pensare alla distruzione del complesso di Erdene Zuu Khiid (fondato nel 1586 e primo monastero buddista del Paese), che accoglieva fino a 100 templi. Per fortuna oggi il Paese è una democrazia che rispetta la libertà di opinione e investe nel turismo. Nel bene e nel male, la sua storia travagliata ha preservato uno degli ultimi paradisi delle famiglie nomadi, rimaste per anni isolate. Visitarlo equivale a un tuffo nel passato, dove in più di un’occasione ci si sente ancora esploratori (qui le foto del nostro viaggio). 

A SPASSO PER LA CAPITALE

L’ultimo paradiso nomade

La Mongolia è cinque volte l’Italia, con una popolazione cinquanta volte inferiore, di cui un terzo vive a Ulaanbaatar (la capitale). Il resto, diviso in varie etnie, preferisce la vita nomade spostandosi quattro volte l’anno. Qualche minuto a spasso per la città basta per farsi l’idea di un Paese povero, con infrastrutture inadeguate a ricevere il turismo di massa, ma con una grande voglia di riscatto e un senso innato di ospitalità. Per visitare Ulaanbaatar ci siamo dati un paio di giorni, passando dal Museo Nazionale di Storia Mongola (excursus dal neolitico ai giorni nostri) al Palazzo d’Inverno di Bogd Khan (collezione stravagante di Bogd Khan, tra cui la gher, abitazione tipica, rivestita con 150 pelli di leopardo delle nevi), fino al Museo di Storia Naturale (spettacolari gli scheletri integrali di dinosauri ritrovati nel Gobi). In piazza Chinggis Khaan ci siamo poi fatti un selfie (non abbiamo resistito!) con Lui (di bronzo), seduto al centro del palazzo del Governo, prima di recarci al mercato, dove per 800 euro si può acquistare una moto (per poi rivenderla), nel caso quelle a noleggio siano in pessimo stato. Prima di andare, è valsa la pena visitare il monastero di Gandan Khiid, appena in tempo per ascoltare il canto dei religiosi. Ma, a dirla tutta, di Ulaanbaatar sono due le cose che non ci scorderemo mai: l’abuso dei clacson e il terrore nell’attraversare la strada! Strisce o non strisce, i pedoni non hanno mai la precedenza!  

L'ESPERIENZA DI BAYAN-OLGII

L’ultimo paradiso nomade

Incastonata tra Russia e Cina, la Mongolia presenta zone geografiche ben distinte: a ovest le vette dei monti Altai, a nord il territorio della taiga (foreste di conifere) e dei grandi laghi, al centro la steppa, a est gli altopiani, e a sud il deserto del Gobi. In moto per raggiungere l’aimag (provincia) di Bayan-Olgii servono almeno quattro giorni, che non avevamo. Quattro ore di volo erano più ragionevoli, siamo così atterrati all’aeroporto di Olgii: come dimenticare il tavolo da biliardo al gate e il trattorino che recuperava i bagagli? Poi, abbiamo avuto il primo incontro con i bikers mongoli, quelli del moto-taxi: per qualche centinaio di tugrik (la moneta locale) si viene trasportati (senza casco) da una parte all’altra della città. Scansando buche, animali e persone, sfrecciano per strade improbabili per poi tornare al punto di partenza, dove li attende un nuovo cliente. Davanti a un piatto fumante di buuz (ravioli al vapore ripieni di carne di montone) abbiamo poi incontrato Bek, appassionato motociclista e proprietario dell’agenzia Bek Travel (www.backtobektravel.com), a cui era affidata l’intera logistica del nostro viaggio. BayanOlgii, da lui suggerita, è l’aimag più occidentale del Paese: qui abitano in prevalenza nomadi di origine kazaka con qualche remota etnia mongola, come i Tuva. Tutti ovviamente parlano la propria lingua e come facciano ad intendersi resta un mistero. Qui si possono passare alcuni giorni a stretto contatto con le famiglie nomadi e incontrare gli Eagle Hunter (cacciatori con le aquile). 

TRIONFO DI PISTE

Da Olgii alla valle del fiume Tzagaan Gol, porta d’ingresso del Tavan Bogd National Park, ci sono circa 200 km di piste sterrate a tratti molto complicate. Per fortuna l’agilità delle piccole moto mongole (150 cc) è una costante iniezione di coraggio: si cade, ci si rialza, si ricade, e ci si rialza ancora. Il GPS è indispensabile per orientarsi tra le confuse piste mongole ma, a volte, l’unica salvezza resta l’altro GPS, il “Gher Position System”: chiedi e ti sarà indicata la giusta rotta. Avere a seguito uno UAZ 452 (furgone sovietico 4x4) è comunque una sicurezza non da poco, per assistenza, carburante (1.650 T/lt pari a 0,66 euro/lt), trasporto bagagli e attrezzatura da campo, cibo e bevande comprese. La bellezza di questi luoghi è poter campeggiare in assoluta autonomia, come e quando si desidera. È fondamentale avere con sé una guida che parli inglese, in alcune circostanze la sua presenza è addirittura imposta dal governo. Il permesso per accedere al parco viene rilasciato solamente ai locali. 

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LE CINQUE MONTAGNE SACRE

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Per ammirare il ghiacciaio di Potanii, dove si affacciano le cinque montagne sacre della Mongolia, abbiamo dovuto scendere dalla moto e proseguire a cavallo. Poco male, cambia la sella ma il divertimento resta, con un suggerimento: i cavalli mongoli sono addestrati per essere montati solamente da sinistra, non provate a cambiare certe abitudini. Alla parola “chu!” muoveranno il primo passo, peccato non esista una parola che gli faccia intendere “stop!” e, se il motore va su di giri, non resta che tirare forte le redini. Raggiunto il campo base (3.000 m) il paesaggio è a dir poco commovente, se poi si aggiungono 3 ore di trekking si conquista la vetta del Malchin (4.050 m.), dove una vista altezza nuvole su Cina, Russia e Kazakistan lascia letteralmente esterrefatti. Le cinque montagne sacre (tradotte: Amicizia – 4.180 m, Cima Fredda – 4.374 m, Aquila – 4.068 m, Sole – 4.050 m, Pastore – 4.050 m) purtroppo non sono meta da due ruote, ma poco importa quando l’esperienza è di tale livello. 

NOMADI E MOTORI

L’ultimo paradiso nomade

La tappa successiva prevedeva tre giorni a stretto contatto con una famiglia di nomadi kazaki e si è rivelata un autentico scambio culturale. Al nostro arrivo marito e moglie stavano giusto rientrando, anche loro in moto, con un’enorme tanica di acqua sul portapacchi. La dotazione motoristica di una famiglia nomade prevede la jeep e la moto, ma per agilità e praticità sono le due ruote il mezzo più utilizzato, dopo il cavallo. Paramotore e paramani gli accessori più gettonati, ma non mancano portapacchi ovunque e parafanghi con lunghe gonnelle di gomma. Infine: freni a tamburo, cambio a bilanciere, ruote tassellate e robuste corde di emergenza… Non si sa mai dove e come potrebbero tornare utili. Come ci si allontana dai centri abitati vanno sparendo targhe, specchietti e casco (anche se per legge sarebbe obbligatorio), d'altronde i controlli sono decisamente improbabili. Strumento universale di manutenzione: il martello! L’accoglienza contraddistingue da sempre queste popolazioni, che in presenza di ospiti apparecchiano subito la tavola e radunano la famiglia. Le gher sono la loro casa, dove esistono alcune regole non scritte di buon comportamento: mai calpestare la soglia d’ingresso, l’ospite entra sempre a sinistra e la famiglia a destra, rifiutare ciò che viene offerto è scortese, scattare fotografie è bene accetto ma non sorprendetevi se ve ne verrà chiesta una copia (come recapitarla? Un modo si trova). E, quando cala la notte, si dorme tutti insieme, chi nei letti chi per terra, ma sempre con i piedi rivolti verso la porta. Durante il giorno, il nostro viaggio è stato osservare la loro vita quotidiana, i compiti che ogni membro sapeva di dover svolgere per la famiglia. Ai più piccoli non è mai mancato il tempo per giocare, ma solo dopo aver munto uno yak o aver badato alle pecore. Una famiglia nomade è come l’ingranaggio di un orologio, si muove lenta ma coordinata, e il solo restare in silenzio ad osservarla ci ha trasmesso una pace interiore indescrivibile. 

L’ULTIMA SCENA

L’ultimo paradiso nomade

Mentre scaricavamo le foto sul computer, l’ultima sera, ci siamo accorti di avere alcuni video girati in Africa e Nuova Zelanda e così li abbiamo mostrati ai nostri nuovi amici. Abbiamo sottovalutato lo stupore che avremmo provocato in loro, soprattutto negli adulti… Ci siamo resi conto che gli stavamo mostrando un mondo che non avevano mai visto. Gli abbiamo fatto un regalo? Non ne siamo così sicuri.  Questa comunque è la Mongolia che andavamo cercando e che abbiamo trovato nell’estrema punta occidentale: un Paese dove i bagni sono spesso a cielo aperto, dove per fare una doccia ci si deve tuffare in un fiume o in una cascata, dove la parola comfort non esiste in nessuna delle sue declinazioni. Ma esiste, resiste lo spettacolo della natura.

AVVENTURE RAPACI: a tu per tu con l’aquila

L’ultimo paradiso nomade

L’aver puntato il manubrio della nostra moto sull’area remota di Bayan-Olgii non è stato casuale: qui abbiamo potuto trascorrere un’intera giornata in compagnia di un "eagle hunter ", un cacciatore con l’aquila. Tra un boortsog (tipico biscotto) e un sorso di latte, è stato estremamente interessante approfondire il curioso legame che si instaura tra uomo e rapace in questa antichissima pratica che si tramanda di padre in figlio. L'agenzia a cui ci siamo affidati, la Back-to-Bek, ci ha fatto avvicinare ad un Eagle Hunter autentico, disinteressato alla parte prettamente folkloristica.  Lui e la sua aquila, durante i mesi invernali (tra novembre e aprile),  si allontanano dal campo gher esclusivamente per cacciare.  Può capitare che stiano lontani dal campo anche diversi giorni, e l’inverno mongolo non concede sconti (si raggiungono anche -40°C). In primavera, i cuccioli di aquila vengono strappati dal loro nidi appena nati per essere addestrati. Al cacciatore spetta il compito di farsi riconoscere come “madre”, accudendoli per guadagnare il loro rispetto. Imparare a volare è istintivo e, dopo appena tre mesi, una giovane aquila (vita media 20 anni) è già pronta per la caccia. A 6 anni verrà poi rilasciata perché possa riprodursi. In realtà non viene mai addomesticata e, se libera, può andarsene in qualsiasi momento. Per questo, in estate, viene sfamata da terra e privata della possibilità di volare. È la fame (quando in autunno l’aquila viene messa a dieta) a risvegliare il suo istinto di predatore. Durante la battuta di caccia si alza in volo per scovare la preda (marmotte, scoiattoli, volpi e persino lupi), mentre il cacciatore attende a cavallo la sua picchiata. Con gli artigli afferra occhi e bocca del malcapitato, neutralizzandolo, e qui il cacciatore subentra per evitare che l’aquila venga ferita e che la pelliccia della preda venga rovinata. A questo punto l’aquila riceve in premio parte del bottino, rinnovando così quel patto naturale tra uomo e rapace, per la reciproca sopravvivenza.  

L’EVENTO MOTOCICLISTI NELLA STEPPA

Nell’estate 2016 si è svolta l’edizione zero della "Mongolia Motorbike Marathon". Protagonisti una coraggiosa avanguardia composta da 20 biker italiani in sella alle mitiche “Shineray Mustang”: mezzo di locomozione più diffuso dopo il cavallo.  Le monocilindriche 150 cc a quattro tempi, leggere, maneggevoli e inarrestabili su ogni terreno (con l’ausilio di qualche martellata ben assestata dallo staff mongolo), hanno percorso oltre 2.000 chilometri, per lo più in off. L’area interessata dall’evento era a sud di Ulaanbaatar, verso il confine con la Cina. La carovana di motociclisti ha attraversato la steppa infinita del deserto del Gobi, circondata da mandrie di cavalli selvaggi al galoppo e cammelli battriani, per poi risalire la valle del fiume Orkhon con i suoi mille guadi, fino a Kharakorum, antica capitale (XIII secolo) dell’impero di Gengis Khan. Natura allo stato puro, intere giornate senza incontrare anima viva e una straordinaria accoglienza delle famiglie nomadi hanno riempito di emozioni le due settimane di tour. Dopo il successo di questa prima edizione, per il 2017 l’organizzazione sta studiando le carte per un itinerario verso i laghi e le foreste del grande Nord. 
www.mongoliamotorbikemarathon.org

L’ultimo paradiso nomade

APPUNTI DI VIAGGIO: LA MONGOLIA IN PILLOLE

Quando andare
La stagione climatica migliore è l’estate, tra luglio (festa nazionale del Nadaam in occasione dell’indipendenza dall’11 al 13) e agosto, ma anche l’inverno ha un fascino particolare, specie se si vuole dedicare il viaggio alla visita delle province occidentali, durante il periodo della caccia con le aquile (da ottobre a febbraio).
 
Visto
Dal 1 gennaio 2016 per l’ingresso in Mongolia è richiesto il visto. In Italia viene rilasciato dall’Ambasciata di Mongolia di Roma  (Via Vincenzo Bellini 4, tel. 06/ 8540536,  www.italy.mfa.gov.mn). Il visto ha un costo di 60 euro, il tempo per il rilascio va dai 7 ai 10 giorni lavorativi, salvo nei periodi di maggiore richiesta (o durante la festa annuale mongola del Naadam a luglio) e deve essere presentato di persona (non è possibile richiederlo via posta). Calcolate attentamente i tempi per evitare di dover richiedere la procedura di emergenza: rilascio in 2 giorni lavorativi a costo raddoppiato. Non essendo di Roma ci siamo affidati a un’agenzia specializzata in servizi consolari tramite la nostra agenzia di viaggio. Il visto turistico ha validità 30 giorni dalla data di ingresso nel Paese (che deve avvenire entro 3 mesi dal rilascio). Si può anche chiedere l’estensione per ulteriori  30 giorni previa registrazione presso l’ufficio immigrazione a UB (Office of Immigration, Naturalization & Foreign Citizen).
 
Ambasciata italiana
È operativa l’ambasciata italiana in Mongolia, con sede a UB, al 14° piano del CC Tower, Jamiyan Gun Str. 9 1st Khoroo, Sukhbaatar district.
www.ambulaanbaatar.esteri.it
 
Fuso orario
In Mongolia ci sono due fusi orari: Khovd e ULAT. Il primo è quello delle regioni occidentali (Bayan-Olgii, Uvs e Khovd): 6 ore avanti rispetto all’Italia (5 se c’è l’ora legale), l’altro è l’orario di UB e il resto del Paese con un’ora in più (7 ore avanti o 6 in periodo di ora legale rispetto all’Italia).
 
Moneta
La moneta mongola è il tugrik (o tögrög, T),  con vari tagli di monete da 5T a 20000T.  Il tasso di cambio è molto fluttuante: al 1 settembre 1 euro = 2452T. Si può cambiare all’aeroporto in arrivo o presso le banche e i cambia valute ormai diffusi a UB.  Per pagamenti di somme di denaro importanti vengono accettati sia tugrik che dollari americani (biglietti aerei, tour operator). Le carte di credito sono utilizzate per lo più nella capitale, nei grandi alberghi o negozi di antiquariato. Si consiglia di avere sempre con sé una scorta in contanti di sicurezza, specialmente se si viaggia al di fuori delle città e delle mete turistiche principali.
 
Lingua
La lingua ufficiale è il mongolo (Khalkha Mongolo), nella provincia di Bayan-Olgii il kazako. Molto diffuso il russo (obbligatorio a scuola fino al 1990) e in veloce crescita la conoscenza dell’inglese e del giapponese. Le scritte sono in alfabeto cirillico, compresi cartelli stradali e cartine.
 
Tour e noleggio moto
Il tour operator al quale ci siamo affidati per il raid negli Altai si chiama Backto-Bek travel (www.backtobektravel.com). Il proprietario, Bek, è originario di Olgii ma ha vissuto e lavorato in giro per il mondo e parla ben 5 lingue tra cui inglese e francese. Offre vari pacchetti preconfezionati di vari giorni oppure creati sulle esigenze del turista. Offre anche il servizio di noleggio moto: sette Kawasaki da 200 cc a 100 dollari al giorno che abbiamo trovato in buone condizioni. In Mongolia il problema del noleggio è lo stato del mezzo, spesso poco raccomandabile, che va sempre verificato prima di firmare il contratto. In alternativa, si può scegliere di acquistarne una a circa 800 euro (modelli cinesi da 150 cc) per poi rivenderla a fine viaggio a metà prezzo; operazione fattibile solamente a Ulaanbaatar.
 
Compagnie aeree
Volo dall’Italia: le possibilità di collegamenti sono varie, con diverse compagnie aeree e tariffe. Fra le tratte più veloci i voli su UB via Mosca o Istanbul. Si consiglia di prenotare con largo anticipo il biglietto aereo, in particolare per i periodi di alta stagione: luglio-agosto e ottobre. Volo interno: Olgii è collegata in estate (luglio e agosto) con UB da un volo di circa 4 ore, 3 volte a settimana (martedì, giovedì e sabato). Due le compagnie aeree che effettuano il servizio (nei soliti giorni e a orari simili): Hunnu Air e Aero Mongolia. Prezzo indicativo: 300 USD a/r.
 
Dove mangiare
Durante il nostro soggiorno la maggior parte delle volte abbiamo mangiato in autosufficienza grazie all’organizzazione di Bek Travel, che ci aveva messo a disposizione una cuoca kazaka a seguito. Ci è poi capitato di essere ospiti dalle famiglie nomadi, esperienza da non perdere, anche se il menù è molto ristretto e ripetitivo: carne di pecora o montone, spesso bollita e varietà di formaggi. È tradizione nomade offrire un capretto intero (testa compresa) per l’ultima cena con gli ospiti. Il piatto viene posto al centro della tavola e si mangia con le mani!
 
Dove dormire

  • Ulaanbaatar Danista Nomads Hostel 1-37 Orkhon, Khoroo 16, Bayangol: nella zona del monastero Gandan, offre posti in camerata (7 euro), camere  doppie (23 euro) e singole (12 euro). Pulito con tutti i servizi (compresa lavanderia), colazione e wi-fi.
  • Olgii Tsambagarav Hotel A-2, Ulgii, Ölgii (city), Bayan-Ölgiy: albergo pulito con letti e bagni abbastanza nuovi. Oltre a una connessione wi-fi che non sempre funziona, c’è anche il ristorante e il bar karaoke: attività che va per la maggiore nei locali di tutta la Mongolia! Camera doppia 35 euro.
  • Campo gher: l’affitto di una tenda mongola in un campo gher appena fuori la città di Olgii è di 45 euro al giorno. Oltre al posto letto vengono offerti anche wi-fi e servizi igienici.

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